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venerd́ 06 luglio 2007
Indice articolo
La Storia dei Cervi
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CONTADINI DI SCIENZA

 
La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina, calata nel territorio e nella tradizione della media pianura padana, più precisamente la bassa reggiana. Nella loro casa, oggi trasformata in museo, è possibile percepire da subito questo carattere agricolo della loro identità: un luogo di memoria e di studio calato nella campagna coltivata, che ci parla di loro e del mondo contadino di cui facevano parte.
 

 
Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi nascono negli ultimi decenni dell’800, nelle campagne tra Campegine e Gattatico. Hanno nove figli, sette maschi e due femmine: un numero non straordinario per le famiglie contadine di quel tempo, dove il nucleo domestico era una sorta di piccola società allargata a fratelli, nuore, zii e nipotini.
All’inizio del ‘900 la vita nei campi era dura e ai limiti della sopravvivenza, specialmente per quei contadini (ed erano la maggior parte) che non possedevano la terra che lavoravano. Era molto diffusa, infatti, la mezzadria: secondo questo contratto, gli agricoltori svolgevano tutto l’anno il proprio lavoro, per poi consegnare al padrone della terra la metà (spesso era una percentuale maggiore) dei raccolti. I mezzadri, per di più, erano costretti a trasferirsi molto spesso da un podere all’altro, senza mai la possibilità di costruire un futuro stabile per sé e per i propri figli.
Anche i Cervi erano stati mezzadri per lungo tempo: si erano stabiliti in diverse case e terreni delle campagne circostanti, ma costretti sempre al trasloco ogniqualvolta il contratto mezzadrile terminava, solitamente attorno alla metà di novembre. Ad ogni "San Martino" (l'11 di novembre, ndr), modo di dire ancora oggi in uso nella zona come sinonimo di trasloco, i mezzadri raccoglievano le poche masserizie di prorpietà, per trasferirsi altrove, e ricomincicare da capo il propio lavoro su una terra diversa. Per i Cervi, che avevano già sviluppato idee e progetti innovativi per la coltivazione e l'allevamento, significava una sofferenza ulteriore, da aggiungere alle difficoltà di sussitenza comuni a molti contadini. Fino al momento in cui la famiglia di Alcide arriva in questo grande podere, da tutti chiamato “ai Campi Rossi”.
 Fu un grande salto di qualità: i Cervi lasciavano per sempre la mezzadria, per diventare affittuari. Il contratto prevedeva, cioè, che la famiglia, pur non essendo proprietaria, potesse condurre il fondo come meglio credeva, dopo aver pagato l’affitto al padrone. E’ il momento della svolta, l’occasione - per questa famiglia di contadini coraggiosi - di lavorare la terra e governare la stalla sulla base delle proprie idee all’avanguardia. I Cervi, infatti, non erano contadini che si accontentavano della sopravvivenza: avevano capito prima degli altri che per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento occorreva soprattutto il cervello e la volontà, e non solo la fatica delle braccia. Con tale spirito arrivarono su questo podere dissestato, pronti a trasformarlo da cima fondo.
 In casa di Alcide e Genoeffa era comune veder circolare libri ed opuscoli; nonostante la scolarizzazione nelle campagne fosse molto bassa a quel tempo, i loro figli erano stati allevati con l’amore per la lettura e il sapere. Una passione che i Cervi trasferirono subito nel loro lavoro, procurandosi volumi e pubblicazioni – per citarne alcuni – sulla coltivazione del frumento, sulla coltivazione e trasformazione dell’uva, e sulla grande passione di Ferdinando, l’allevamento delle api.
 Contadini autodidatti che studiavano in proprio, dunque, attenti però ad ogni opportunità per crescere e formarsi, per imparare qualcosa di nuovo da sperimentare sul loro podere. E’ il caso dei numerosi corsi professionali e di specializzazione che i fratelli Cervi frequentano per migliorare  conoscenze e applicazioni sia nei campi, sia nella stalla. Tutti i fratelli parteciparono ai corsi di formazione promossi nella zona, mentre il padre conseguiva diplomi e riconoscimenti che premiavano la "razionale conduzione del fondo" e la produttività.
 Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione andando incontro al futuro iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l'emblema del Museo Cervi oggi. Il trattore, oggi campeggia all'ingresso di Casa Cervi insieme al mappamondo di Aldo Cervi, che venne acquistato proprio insieme al trattore e incarna la grande apertura mentale, la curiosità intellettuale di questa famiglia fuori dal comune.
 E’ soprattutto nella stalla, però, che si avvertono i maggiori benefici delle innovazioni applicate dai Cervi. Il latte è da sempre la vera “ricchezza” di queste terre, patria del Parmigiano-Reggiano, e la stalla rappresenta la cassaforte che custodisce la preziosa tradizione casearia reggiana. E’ qui, infatti, che anche i Cervi concentrano i propri maggiori sforzi, aumentando la produzione di latte e progettando nel 1938 il raddoppio del ricovero per il bestiame, realizzato poi nel 1941, che ancora oggi si può notare a partire dal secondo portico.
    La stalla, insomma, è l’elemento attorno al quale ruota molta parte di questa vicenda esemplare:  vanto della famiglia Cervi come agricoltori all’avanguardia, la stalla è più in generale il simbolo di questa terra ricca di tradizioni, dove il ricovero per le vacche non era soltanto il “cuore economico” della cascina di pianura, ma anche il centro della socialità rurale, il “salotto” della casa contadina. E’ qui che alcune delle lavorazioni invernali, come la filatura della canapa e il lavoro al telaio, avevano luogo. L’antica usanza di andér in filòs, l’abituale riunione delle famiglie contadine nelle stalle dei vicini, non era soltanto un’esigenza pratica – la stalla era l’unico ambiente caldo nelle serate d’inverno - ma una tradizione che rimanda alla trasmissione orale delle conoscenze e dei saperi, tra una generazione e l’altra, proprio tra quelle mucche che davano il principale sostentamento ai contadini della zona.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla politica, dalla stalla alla piazza.
 

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