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venerd́ 06 luglio 2007
Indice articolo
La Storia dei Cervi
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LA RETE CLANDESTINA DEI CERVI

 Nell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessun'altra realtà regionale.


La volontà dei Cervi di iniziare subito la lotta armata, facilitata dalla presenza all'interno della loro formazione di ex prigionieri di guerra già addestrati al combattimento, si scontra con i dubbi e le contraddizioni che segnano l'organizzazione comunista locale ed emiliana dei primi mesi di lotta.
Se da un lato gli appelli alla lotta armata sono immediati, e provengono dalle organizzazioni di partito ma anche dagli organismi unitari nazionali e dagli stessi Alleati, il gruppo dirigente comunista ha difficoltà a tradurre in pratica tali indicazioni. Prevalgono i pregiudizi operaisti ( che fanno escludere che la lotta possa partire dalle campagne) e la convinzione che non sia possibile organizzare bande armate in montagna. L'obiettivo è dunque creare piccoli gruppi di partigiani – inquadrati nei gruppi di azione patriottica (GAP) – fortemente coesi e controllati dal partito, che compiano azioni in città.
I Cervi invece sono convinti della necessità di agire subito. Nel corso del mese di settembre mettono a frutto i tanti rapporti stabiliti nel corso della lotta antifascista, e contribuiscono a realizzare l'ossatura del movimento partigiano nella zona a ovest della bassa reggiana (Campegine, Gattatico, Sant'Ilario, Poviglio, Castelnovo Sotto). In ottobre saranno in montagna per costituire una formazione armata.
Le loro azioni generano difficoltà nel rapporto con alcuni dirigenti del Partito Comunista reggiano, che non condividono le modalità di azione della banda Cervi. Questa situazione spinge i Cervi a prendere contatti anche con la federazione comunista di Parma, ma si traduce in una situazione di parziale isolamento dal resto del movimento locale.
E' inoltre difficile mobilitare altre persone, come dimostra l'impossibilità di trovare ospitalità presso altre case per occultare i componenti della formazione: è questa la ragione per cui verranno tutti sopresi in casa Cervi dai fascisti il 25 novembre 1943.

 

 QUARTO CAMURRI (1921-1943)


camurriArrivano alla prima collina, e trovano una capanna di paglia e canne, forse di un pastore, ci si mettono a dormire, come signori. Si svegliano verso mezzogiorno. Aldo guarda verso la porta, e ha una brutta sorpresa. C'è seduto davanti un fascista, che volta le spalle. Siamo in trappola, pensa Aldo, e studia cosa si può architettare per farlo fuori. Ma quello si volta e dice non pensate male, ho disertato la guardia repubblicana. Aldo ancora non si fida, ma il disertore non ha armi, ha gettato il moschetto dietro una siepe, e chiede di stare coi partigiani. Gli domandano dove ha gettato il moschetto. Lui li porta a una siepe, e ritrova il moschetto, ma manca l'otturatore.
L'ho gettato nel fiume, - dice il disertore.
Allora Aldo entra nell'acqua, dove quello ha indicato: e trova anche l'otturatore: così decidono di prenderlo con loro. Si cihama Quarto Camurri, è un bravo ragazzo.
” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Quarto Camurri, originario di Guastalla, arruolatosi volontario nella Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale nell'ottobre del 1943 e incorporato nel 1° battaglione 2' Cp. della 79° Legione,  diserterà nel novembre successivo. Verrà arrestato a Casa Cervi il 25 novembre 1943 e sarà fucilato con i sette fratelli il 28 dicembre al poligono di tiro di Reggio Emilia.

 

 I SARZI (Lucia 1920-1968 e Otello 1922-2000)

Intanto si arriva al 1940, e succede l'entrata dell'Italia in guerra. Aldo voleva allargare l'azione, ma scarseggiavano i collegamenti, l'intesa con l'organizzazione. Si aspettava che venisse qualche funzionario, ma i più erano in carcere. Invece arriva una compagnia di teatro, di quelle girovaghe. Era venuta per prendere contatto con noi, l'aveva mandata l'organizzazione clandestina”. (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

I Sarzi sono una famiglia originaria della bassa mantovana la cui vicenda storico-artistica inizia con il nonno di Lucia e Otello, Antonio, che scelse di dedicare la propria vita all'attività teatrale, animato da una partecipazione civile e politica molto sentita che da subito caratterizzerà il suo lavoro, continuato con altrettanta passione dal figlio Francesco.
Francesco Sarzi e la moglie Linda – maestra elementare – ebbero tre figli: Lucia (1920), Otello (1922) e Gigliola (1928) . Negli anni più duri del fascismo, quando il regime consolida il proprio potere e il proprio consenso, la Compagnia Sarzi è tra le poche compagnie teatrali messe all’indice dalla censura. Ciò non ferma l’attività di attore e burattinaio di Francesco, che camuffa spesso il nome della compagnia con stratagemmi ed anagrammi per poter ottenere la licenza di esibizione. Francesco alterna l’attività di burattinaio a quella di capocomico e di scrittore di sceneggiature.
Matura nel frattempo la consapevolezza che, in anni così difficili, il teatro possa essere un veicolo straordinario di contenuti antifascisti verso il popolo: a volte con dichiarati messaggi, più spesso con le allusioni, la farsa e la parodia proprie del linguaggio del palcoscenico, i giovani figli Lucia ed Otello iniziano dalla ribalta la protesta contro il regime.
    Come ogni famiglia di teatranti ambulanti, i Sarzi sono abituati a trasferirsi spesso, a stringere rapporti con molte persone. Questo elemento risulta essere un grande vantaggio per chi, come Lucia ed Otello, esprimono più o meno apertamente posizioni antifasciste: i Sarzi non si fermano in un luogo per molto tempo, di conseguenza non si compromettono mai in maniera decisiva con le reti clandestine di dissidenti che mano a mano contattano. E’ Otello, però ad essere il più esposto: sul finire degli anni ’30 è in Svizzera, dove è riparato per sfuggire ai sempre più assillanti controlli della polizia; qui inizia la sua precoce attività cospirativa, incaricato di portare ordini e messaggi per gli attivisti repubblicani in clandestinità oltre frontiera.
Benchè additati e sorvegliati a vista dalle maglie del fascismo, i primi guai seri per i Sarzi vengono soltanto nel 1940, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Lucia ed Otello vengono arrestati ad Alessandria, dopo che, maldestramente, una loro corrispondenza compromettente viene scoperta. Dopo essere stati trattenuti per pochi giorni, sono rilasciati, ma ormai Lucia ed Otello sono ufficialmente schedati nei registri del regime.
Otello viene nuovamente arrestato nell’agosto 1940 a Parma. Da questo episodio traspare tutto il temperamento irriducibile di Otello Sarzi, che rifiuta di “salutare romanamente” in aperto disprezzo dell’autorità fascista, e dichiara candidamente le sue convinzioni politiche “bolsceviche”. Sarà relegato al confino a S.Agata d’Esaro, nel cosentino, dove inizierà una nuova stagione del suo antifascismo. Entra subito in contatto con brillanti giovani del luogo, con cui condivide la critica al regime e la passione per il teatro e la letteratura. Soprattutto, l’incontro con Dante Castellucci, militare in licenza dal romanzesco passato, sarà un tassello cruciale della sua storia che, di li a poco, subirà una drastica accelerazione. Nel 1941, intanto, la famiglia Sarzi entra in contatto con gli antifascisti reggiani, e in particolare con la punta avanzata dell’attività clandestina nella Val d’Enza: è di quell’anno l’incontro di Lucia con Aldo Cervi, il più politicamente maturo dei figli di Alcide e insieme il più determinato ed impaziente nel voler dare un esempio di ribellione alla popolazione.lucia

Nel 1942, Aldo e Lucia sono parte integrante di quello che sarà chiamato il “lavoro sportivo”: così verrà indicato in codice l’attività sovversiva organizzata dal Partito Comunista clandestino a Reggio Emilia. Partecipano a riunioni, promuovono il soccorso rosso e le campagne di solidarietà per i perseguitati politici (grazie ai rapporti dei Cervi tra i contadini).
    Proprio dal fronte russo, alla fine del ’42, torna a casa Dante Castellucci, che si riunisce con il suo vecchio amico Otello e a tutta la sua famiglia, che nel frattempo si è trasferita a Campegine, a qualche centinaio di metri dalla Casa dei Cervi ai Campirossi. Lucia ed Otello, i Sette Fratelli Cervi e Facio (nome di battaglia di Castellucci) sono così riuniti alla vigila dei fatti del ’43, che daranno il via al movimento partigiano.
     Lucia è instancabile nel lavoro di contatto, di agente di collegamento, reclutando giovani donne come staffette e stringendo legami con case e famiglie sicure in tutta la provincia. Casa Cervi è sempre più centrale operativa della nascitura Resistenza, sede di riunioni e rifugio sicuro per i compagni di lotta. Otello e Facio sono, insieme ai Cervi il braccio operativo del partito.
    Dopo l’8 settembre il cascinale di papà Alcide, di mamma Genoeffa e dei suoi figli assume un ruolo ancor più centrale: non solo casa di latitanza, luogo di salvezza per soldati italiani allo sbando, disertori e militari stranieri in fuga, ma anche punto di partenza per la prima banda partigiana della provincia. Il 10 di ottobre la “banda Cervi” è già sui monti, insieme ad alcuni fuggiaschi russi ed alleati, e naturalmente, insieme ad Otello e a Castellucci. Dopo poche settimane di generosa attività però, preferisce una ritirata strategica. Il gruppo si divide, i Cervi tornano a casa insieme ad alcuni soldati stranieri e a Facio.
     Nelle prime ore del mattino del 25 novembre 1943, i fascisti repubblichini circondano di soppiatto la casa ai Capirossi e arrestano tutti gli uomini nascosti.
    L’arresto dei Cervi, naturalmente, getta lo scompiglio nelle file dei resistenti reggiani e nella rete che Lucia e Otello avevano costruito insieme a loro. Per chi è sfuggito alla retata iniziano giorni difficili in cui nascondersi e proteggere il lavoro fatto fino a quel momento. Casa Cervi è fuori gioco, quindi altre diventano le case nelle campagne reggiane dove far riparare i fuggiaschi, dove riorganizzare l’azione.
    Otello è determinato: bisogna far fuggire i Cervi dal carcere. Ma i fascisti sono più solerti del solito: con il pretesto di un agguato mortale teso ad un funzionario fascista, Onfiani di Bagnolo, i sette fratelli Cervi e il loro giovane compagno d’armi Quarto Camurri vengono fucilati la mattina del 28 dicembre 1943. Nelle fila del partito clandestino, tra le staffette e gli altri compagni è, per un attimo, il panico: ordini contraddittori, accuse incrociate su possibili traditori, recriminazioni sulla avventatezza del gruppo dei Cervi, dubbi infamanti sull’attentato non autorizzato contro il fascista. Una cosa è chiara, soprattutto ai dirigenti del partito fuori Reggio: qualcosa è andato storto, e gli scampati a questa prima, cocente mazzata dei fascisti devono sparire in fretta. E così Facio sale sulle montagne di Parma, verso la Cisa, per diventare una valoroso comandante partigiano della zona; gli altri del “triangolo sportivo” verranno tutti trasferiti ad altri incarichi. Otello, dopo molte peripezie, giunge addirittura a Novara, dove militerà nella Brigata “Nello Quartieri”, la stessa di Cino Moscatelli, in Valsesia. Lucia è meno fortunata: viene arrestata a Casalbellotto (CR) qualche settimana dopo l’uccisione dei Cervi, e tradotta in carcere a Reggio, dove di lì a poco anche il padre Francesco la raggiunge. All’uscita dal carcere, a metà del 1944, Francesco e Linda, con Lucia e la piccola Gigliola si trasferiscono a Massa, per restarvi fino alla fine della guerra e anche oltre. 

    Otello, nel frattempo, continua la sua guerra partigiana in una delle zone più difficili della lotta di Liberazione, dove la guerriglia si trasformava spesso in battaglia aperta contro le colonne tedesche. La vicinanza della Val Sesia con il confine ne faceva anche un crocevia di intelligence dove operava, tra gli altri, anche la “Franchi” (la compagnia di Edgardo Sogno), sorta di servizio segreto del CLN Alta Italia. Qui Otello si distingue in combattimento e stringe rapporti di fraterna amicizia con molti dei suo compagni. Uno di questi, “Creola”, poco prima della fine della guerra viene ferito gravemente durante uno scontro a fuoco. Il dottore del paese più vicino si rifiuta di soccorrerlo perché partigiano, lasciandolo morire. Otello è profondamente segnato da questo evento: accompagnato da un altro fidatissimo compagno d’arme, Alfredo Soncini, nel maggio 1945 si reca dallo stesso medico, e insieme lo uccidono. Per questo fatto di sangue Otello verrà condannato a 22 anni di reclusione, poi condonati con l’amnistia Togliatti. sarzi

     Dopo la guerra, Otello Sarzi riprende la sua antica passione: i burattini e il teatro e nel 1969  torna a Reggio Emilia, la città dove aveva iniziato la sua attività di Resistenza, la terra dove aveva lasciato affetti e ricordi. Ritrova la famiglia Cervi e il vecchio Alcide, con i quali non aveva mai perso i rapporti insieme alle sorelle Lucia e Gigliola. E qui inizia una nuova intensissima fase della sua carriera, in collaborazione con i Teatri di Reggio, che lo porterà a fondare il TSBM (Teatro Setaccio Burattini e Marionette) e mettere in scena decine di spettacoli d’avanguardia, a girare il mondo con i suoi burattini e le sue creazioni.
Morirà nel 2001, a Reggio Emilia, dopo aver lasciato dietro di sè un'imponente eredità artistica e di innovazione. Aveva creduto che i burattini potessero essere lo strumento per sublimare i contenuti del teatro nel migliore dei modi.

 

 

 DANTE CASTELLUCCI (1920-1944)

A casa nostra intanto era venuto Dante Castellucci, che aveva conosciuto in Calabria il fratello della Lucia Sarzi, quando era al confino e che era stato vari anni in Francia. Ragazzo fantasioso, intellettuale, pitturava e scriveva. Insieme a lui e alla Lucia i miei figli organizzarono un piano per far scappare i prigionieri dal campo di Fossoli. Di notte vannno ai lati del campo, tagliano i fili spinati, e Castellucci chiama i prigionieri in francese, come fa l'uccellatore con gli uccelli. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni.” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Dante Castellucci, nasce a Sant’Agata d’Esaro, in Calabria, nel 1920. Due anin dopo la sua famiglia è costretta a fuggire in Francia in seguito ad una lite del padre col Podestà fascista del paese. In Francia, accanto ai problemi di una vita quotidiana da emigrato in cerca di un minimo benessere, Dante comincia a sviluppare un vivo interesse per l’arte e la cultura: scrive poesie, commedie, suona il violino ed entra in contatto con gruppi che professano idee di giustizia sociale.
    Nel 1939, con l’inasprirsi della situazione internazionale, la famiglia Castellucci deve rientrare in Italia come moltissimi altri connazionali, perché la presenza di cittadini italiani in terra francese non è più gradita. Poco dopo Dante deve partire soldato sul confine transalpino proprio contro la Francia, paese per lui impossibile considerare nemico, paese che gli aveva insegnato i principi e gli ideali della democrazia. Una volta rientrato, prima del dissolvimento dello Stato e del regime fascista, viene inviato sul fronte orientale a combattere contro l’Unione Sovietica, in quegli anni simbolo per molti antifascisti del paese ideale. facio teatrante
    Durante un periodo di licenza a Sant’Agata Dante ha modo di conoscere Otello Sarzi, confinato politico appartenente ad una famiglia mantovana di attori girovaghi. Con Otello stringerà un’amicizia fraterna nata dalla comune passione per il teatro e l'arte in genere, e da un sentito antifascismo. Nella primavera del ’43  si aggrega, con l'aiuto di documenti falsi perchè ancora in licenza, alla Compagnia dei Sarzi in veste di attore e tutto fare, per questo l’8 settembre lo coglie in provincia di Reggio Emilia dove comincerà la sua breve esperienza nella lotta partigiana con la banda dei fratelli Cervi - dove sarà conosciuto come 'Dante il calabrese'-, coi quali viene arrestato il 25 novembre dello stesso anno. In questa occasione si finge francese col nome di Jean Marie Canonne - e come tale figura nei verbali degli interrogatori a carico dei Cervi-, ottenedo così il trattamento riservato agli stranieri e venendo rinchiuso nel carcere della Cittadella di Parma da cui riuscirà ad evadere pochi giorni prima della fucilazione dei sette fratelli e di Quarto Camurri. Questa fuga  insospettisce i vertici del PCI reggiano, che indaga su un suo possibile tradimento. In questo contesto Castellucci decide di prendere contatti con il movimento resistenziale parmense, che lo invia in alta Lunigiana, Provincia di Massa Carrara, presso il Battaglione «Picelli» comandato da Fermo Ognibene.
    Qui Dante, col nome di bataglia di «Facio», diviene presto un partigiano amato dalla popolazione e un comandante stimato dai suoi uomini. Tra il 18 e il 19 marzo del 1944 compie un’impresa leggendaria: con soli otto uomini male armati viene circondato ed assediato in un piccolo rifugio al Lago Santo da oltre cento soldati nazifascisti che, dopo ventiquattr’ore di cruenti scontri a fuoco, sono costretti a ritirarsi a causa delle grosse perdite inflitte dallo sparuto gruppo del “Picelli”che ha riportato solo qualche ferito. «Facio» diviene così un eroe. 

Il 19 maggio del 1963, per questo ed altri episodi che sottolinearono le sue doti di stratega militare, verrà concessa alla memoria di «Facio» (caduto ad Adelano di Zeri il 22 luglio del 1944) la Medaglia d’Argento al Valor Militare nella cui motivazione si può leggere «scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente: sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto». Questa motivazione tuttavia è storicamente falsa, «Facio» infatti morì il 22 luglio 1944 ma per mano partigiana.
    Ancora una volta viene sospettato da alcuni dei suoi stessi compagni, subendo un processo la cui sentenza era già stabilita in partenza. Il principale artefice delle accuse che gli furono rivolte – aver sottratto materiale ad un aviolancio, aver minacciato con le armi partigiani di altre formazioni – fu Antonio Cabrelli «Salvatore», ex confinato politico, organizzatore del movimento antifascista clandestino in Francia e Tunisia per il PCI (anche se da un certo momento in poi caddero su di lui i sospetti del partito, soprattutto in seguito ad un’accusa di collaborazionismo con l’OVRA, la polizia politica fascista, rivoltagli dalle autorità francesi che lo costrinsero a ritornare in Italia). Cabrelli nel processo rivestì il duplice ruolo di accusatore e giudice, e  «Facio» venne condannato a morte in nome del partito comunista.

 

 I RUSSI

  Il cascinale dei Cervi era ritenuto da tutti gli antifascisti casa sicura. Qui, come si è detto, riparavano antifascisti e soldati stranieri che sfuggivano dalle maglie dei nazisti. Molto noto è il caso di Anatolij Tarassov (1921-1971), prigioniero sovietico dei tedeschi che venne mandato dai campi di prigionia dell’Est sino nel nord Italia, per lavorare come schiavo al servizio delle difese naziste a ridosso del fronte alleato. Insieme a Tarassov, che ha documentato la sua avventura in un libro (Sui monti d’Italia), vi erano molti altri prigioneri di guerra russi, che in alcuni casi riuscirono a fuggire. Tarassov riparò insieme al suo compagno, tenente Victor Pirogov, in una casa di campagna, per poi essere indirizzato nell’autunno del ’43 a Casa Cervi, dove conobbe l’intensa attività antifascista della famiglia. Tarassov rimase affascinato dalla passione e dalla sapienza contadina della famiglia, e non si sottrasse al lavoro partigiano che i Cervi stavano tessendo insieme a pochi altri pionieri. anatoli

   Anatolij Tarassov verrà catturato insieme ai Cervi la notte del 25 novembre 1943. Fuggirà poi dal carcere di Verona dove era stato trasferito per unirsi ai suoi connazionali, rifugiati a Reggio e Modena, e prendere parte in modo attivo alla Resistenza in montagna. Nell’appennino modenese  si costituirà un vero e proprio battaglione di russi, nel quale Tarassov ricoprirà il ruolo di commissario politico, e Pirogov (nome di battaglia “Modena”) ne comanderà le operazioni militari nelle montagne reggiane.
Tornato in patria verrà, come molti reduci, condannato al gulag, pagina della sua vita poco nota e studiata.
Tarassov rimarrà anche dopo la guerra in contatto con la famiglia Cervi portando notizie in madrepatria dell’eroismo di questi contadini antifascisti, e facendo da tramite con il governo dell’Unione Sovietica per il conferimento di una onorificenza alla famiglia per l’aiuto fornito ai soldati russi.
Anche grazie al suo intervento, il libro di papà Cervi “I miei sette figli” fu tradotto in russo.
Prima della partenza in montagna, arrviarono a casa Cervi anche il giovanissimo Misha Almakaièv, il suo compagno di fuga Nikolaj Armeiev e Alexander Aschenco.  russi
 
Victor Pirogov, a casa Cervi noto col nome di 'Danilo', dopo l'esperienza coi fratelli Cervi da vita, per ordine del comando partigiano, ad una brigata composta da russi di cui è comandante col nome di 'Modena'. Il Distaccamento garibaldino opera nel Ramisetano in provincia di Reggio Emilia.
Dopo la guerra non farà ritorno in URSS ed emigrerà in Argentina.

Nicolàj Armeniev, detto ' il colcòsiano', era  originario  di Pènza.
Farà parte anche lui del distaccamento garibaldino di russi comandato da 'Modena'.
Cadrà il giorno della liberazione di Reggio Emilia.

Alexandre Aschenco fu fra i russi ospitati dai Cervi che, con la banda di questi, diedero inizio alla guerriglia partigiana sulle montagne reggiane.
Dopo l'arresto del 25 novembre, passò al servizio della Brigata nera denunciando molti degli antifascisti che l'avevano ospitato nei mesi di latitanza. La sua conoscenza della rete  che si stava creando attorno al CLN  gli permise di assestare duri colpi all'organizzazione clandestina della bassa reggiana. Per questo suo tradimento verrà giustiziato dai gappisti il 15 novembre del 1944 a Piazzale Fiume presso Reggio Emilia.
 
 
ALTRI MEMBRI DELLA BANDA CERVI
arrestati la notte del 25 novembre 1943 nella casa dei Campi Rossi di Gattatico 
 
Bastiranse John David (1923- ?)
paracadutista sudafricano, detto 'Basti', attivo all'interno della banda Cervi, verrà catturato con loro  il 25 novembre del 1943.
Non possediamo altre informazioni su di lui.

De Freitas John Peter (1921- ?)
Paracadutista sudafricano, prigioniero di guerra, evase dal campo di concentramento di Grumello del Piano (Bergamo). Giunto a casa Cervi, dove era chiamato semplicemente  'Jeppy', aderì  totalmente alle azioni della banda che vi operava, pertanto venne arrestato nella notte del 25 novembre 1943. Altre notizie certe su di lui non ne possediamo.
Dopo la guerra tuttavia riuscì a far pervenire alla famiglia Cervi prova del suo essere tornato a casa sano e salvo.

Samuel Boone Conley (1914 - ?)
Paracadutista irlandese, uno dei tanti prigionieri di guerra ospitato nella cascina dei campi rossi di Gattatico. Presente in casa al momento dell'arresto degli uomini della famiglia Cervi, sarà a sua volta condotto in arresto.
Non possediamo ulteriori informazioni su di lui.
 
Nel rapporto giudiziario datato 'Reggio Emilia 12 dicembre 1943' relativo agli uomini arrestati a casa Cervi, compare anche il nome di Landi Luigi, originario di Cadelbosco Sopra (RE), già pregiudicato politico.
Sarà uno dei sopravvissuti alle torture di Villa Cucchi. 
 
 
 
 
 
DON PASQUINO BORGHI (1903-1944)
 
Questi movimenti avevano fatto conoscere alla popolazione che a Sologno c'erano i partigiani, così la voce va di bocca in bocca, finchè lo sa anche don Pasquino Borghi, che allora aveva la chiesa di Tapignola. Il prete viene subito a Sologno, per aiutare i partigiani, e chiede un abboccamento. Ci vanno Aldo, Spartaco e il sud-africano.
Don Pasquino era un prete giovane, di idee moderne, e patriota.
”(I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Don Pasquino Borghi nasce a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, nel 1903 da un'umile famiglia di mezzadri.
Entra in seminario all'età di dodici anni e, nel 1930, una volta ordinato sacerdote, parte per la missione comboniana nel Sudan anglo-egiziano.
Rientrato per motivi di salute, nel 1938 entra nella Certosa di Farneta (Lucca), dove prende i voti di certosino. Nel 1939 torna alla vita sacerdotale per aiutare la madre, vedova e in povertà. Curato nella parrocchia di Canolo di Correggio, è nominato parroco di Coriano Tapignola (Villa Minozzo) nell'autunno del 1943. don
Dante Zobbi 'Rinaldo', un semplice coltivatore diretto che comandò poi il primo distaccamento delle Fiamme Verdi 'Pasquino Borghi', ricorda che il sacerdote iniziò subito ad organizzare la clandestinità dei giovani che non si presentavano alla leva fascista. Era sempre povero e sempre pronto a donare tutto..” (Un prete nella Resistenza – Don Pasquino Borghi di Salvatore Fangareggi )

Dopo l'8 settembre inizia ad accogliere i militari sbandati e sostiene la prima banda partigiana italiana, quella dei fratelli Cervi.
Tapignola si trova in posizione strategica per quella che diventerà la lotta partigiana, aspetto che, insieme all'antifascismo attivo del parroco, fa della canonica un rifugio sempre aperto a partigiani e sbandati. In questi pochi mesi di attività clandestina, don Pasquino assume il nome partigiano di "Albertario", in onore del sacerdote lombardo che univa posizioni intransigenti in materia di fede  a posizioni aperte alle nuove istanze sociali e che, nel 1898, dopo l'insurrezione repressa nel sangue da Bava Beccaris, venne condannato a tre anni di carcere per aver fomentato la rivolta e scritto che era la miseria la causa della protesta popolare.
Questo atteggiamento e le sue posizioni 'politiche' non possono ovviamente rimanere segrete a lungo, cominciano così a piovere su don Pasquino inviti alla prudenza e veri e propri rimproveri dai suoi superiori. Entrambi gli atteggiamenti non hanno effetto sulla sua convinzione che è necessario agire e agire in modo cristiano contro l'occupazione nazifascista.
A causa della presenza di antifascisti nella sua parrocchia, scoperti da militi dell'RSI, è arrestato il 21 gennaio 1944 e incarcerato a Scandiano prima e a Reggio poi. Su decisione del capo della provincia, Enzo Savorgnan, viene fucilato, senza processo, il 30 gennaio, insieme ad altri otto antifascisti.
Don Pasquino Borghi è il primo sacerdone ucciso nella lotta di Resistenza italiana. Quando si sparse la notizia della sua fucilazione in molti compresero che ormai non c'erano più limiti, ma invece di spaventare la popolazione, questa morte, come quella dei fratelli Cervi, portò una nuova consapevolezza.
Molti altri parroci seguiranno l'esempio di don Pasquino nei due anni della lotta di Liberazione.

Il 7 gennaio 1947 il capo provvisorio della Repubblica italiana, Enrico De Nicola, gli conferì la medaglia d'oro al valore militare e alla memoria con questa motivazione:
Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell'azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi.”
 
 
 Si ringrazia per le consulenza il Polo Archivistico del Comune di Reggio Emilia


 

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11^ edizione del Festival Teatrale di Resistenza

L'esito della selezione sarà disponibile dal 15 maggio contattandoci al n° 0522 678356. Le compagnie verrano comunque informate circa l'esito della selezione nei giorni a seguire.

Winter School Cervi

Memorie in cammino

25 aprile 2012

La rassegna della visita del Presidente Napolitano al Museo Cervi
Il Presidente Giorgio Napolitano a Casa Cervi
 

 

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