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| La Storia dei Cervi |
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| Scritto da Webmaster | ||||||
| venerd́ 06 luglio 2007 | ||||||
Pagina 4 di 4 LA RETE CLANDESTINA DEI CERVINell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessun'altra realtà regionale.
QUARTO CAMURRI (1921-1943)
I SARZI (Lucia 1920-1968 e Otello 1922-2000) I Sarzi sono una famiglia originaria della bassa mantovana la cui vicenda storico-artistica inizia con il nonno di Lucia e Otello, Antonio, che scelse di dedicare la propria vita all'attività teatrale, animato da una partecipazione civile e politica molto sentita che da subito caratterizzerà il suo lavoro, continuato con altrettanta passione dal figlio Francesco. Francesco Sarzi e la moglie Linda – maestra elementare – ebbero tre figli: Lucia (1920), Otello (1922) e Gigliola (1928) . Negli anni più duri del fascismo, quando il regime consolida il proprio potere e il proprio consenso, la Compagnia Sarzi è tra le poche compagnie teatrali messe all’indice dalla censura. Ciò non ferma l’attività di attore e burattinaio di Francesco, che camuffa spesso il nome della compagnia con stratagemmi ed anagrammi per poter ottenere la licenza di esibizione. Francesco alterna l’attività di burattinaio a quella di capocomico e di scrittore di sceneggiature. Matura nel frattempo la consapevolezza che, in anni così difficili, il teatro possa essere un veicolo straordinario di contenuti antifascisti verso il popolo: a volte con dichiarati messaggi, più spesso con le allusioni, la farsa e la parodia proprie del linguaggio del palcoscenico, i giovani figli Lucia ed Otello iniziano dalla ribalta la protesta contro il regime. Come ogni famiglia di teatranti ambulanti, i Sarzi sono abituati a trasferirsi spesso, a stringere rapporti con molte persone. Questo elemento risulta essere un grande vantaggio per chi, come Lucia ed Otello, esprimono più o meno apertamente posizioni antifasciste: i Sarzi non si fermano in un luogo per molto tempo, di conseguenza non si compromettono mai in maniera decisiva con le reti clandestine di dissidenti che mano a mano contattano. E’ Otello, però ad essere il più esposto: sul finire degli anni ’30 è in Svizzera, dove è riparato per sfuggire ai sempre più assillanti controlli della polizia; qui inizia la sua precoce attività cospirativa, incaricato di portare ordini e messaggi per gli attivisti repubblicani in clandestinità oltre frontiera. Benchè additati e sorvegliati a vista dalle maglie del fascismo, i primi guai seri per i Sarzi vengono soltanto nel 1940, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Lucia ed Otello vengono arrestati ad Alessandria, dopo che, maldestramente, una loro corrispondenza compromettente viene scoperta. Dopo essere stati trattenuti per pochi giorni, sono rilasciati, ma ormai Lucia ed Otello sono ufficialmente schedati nei registri del regime. Otello viene nuovamente arrestato nell’agosto 1940 a Parma. Da questo episodio traspare tutto il temperamento irriducibile di Otello Sarzi, che rifiuta di “salutare romanamente” in aperto disprezzo dell’autorità fascista, e dichiara candidamente le sue convinzioni politiche “bolsceviche”. Sarà relegato al confino a S.Agata d’Esaro, nel cosentino, dove inizierà una nuova stagione del suo antifascismo. Entra subito in contatto con brillanti giovani del luogo, con cui condivide la critica al regime e la passione per il teatro e la letteratura. Soprattutto, l’incontro con Dante Castellucci, militare in licenza dal romanzesco passato, sarà un tassello cruciale della sua storia che, di li a poco, subirà una drastica accelerazione. Nel 1941, intanto, la famiglia Sarzi entra in contatto con gli antifascisti reggiani, e in particolare con la punta avanzata dell’attività clandestina nella Val d’Enza: è di quell’anno l’incontro di Lucia con Aldo Cervi, il più politicamente maturo dei figli di Alcide e insieme il più determinato ed impaziente nel voler dare un esempio di ribellione alla popolazione. ![]() Nel 1942, Aldo e Lucia sono parte integrante di quello che sarà chiamato il “lavoro sportivo”: così verrà indicato in codice l’attività sovversiva organizzata dal Partito Comunista clandestino a Reggio Emilia. Partecipano a riunioni, promuovono il soccorso rosso e le campagne di solidarietà per i perseguitati politici (grazie ai rapporti dei Cervi tra i contadini). Otello, nel frattempo, continua la sua guerra partigiana in una delle zone più difficili della lotta di Liberazione, dove la guerriglia si trasformava spesso in battaglia aperta contro le colonne tedesche. La vicinanza della Val Sesia con il confine ne faceva anche un crocevia di intelligence dove operava, tra gli altri, anche la “Franchi” (la compagnia di Edgardo Sogno), sorta di servizio segreto del CLN Alta Italia. Qui Otello si distingue in combattimento e stringe rapporti di fraterna amicizia con molti dei suo compagni. Uno di questi, “Creola”, poco prima della fine della guerra viene ferito gravemente durante uno scontro a fuoco. Il dottore del paese più vicino si rifiuta di soccorrerlo perché partigiano, lasciandolo morire. Otello è profondamente segnato da questo evento: accompagnato da un altro fidatissimo compagno d’arme, Alfredo Soncini, nel maggio 1945 si reca dallo stesso medico, e insieme lo uccidono. Per questo fatto di sangue Otello verrà condannato a 22 anni di reclusione, poi condonati con l’amnistia Togliatti. ![]() Dopo la guerra, Otello Sarzi riprende la sua antica passione: i burattini e il teatro e nel 1969 torna a Reggio Emilia, la città dove aveva iniziato la sua attività di Resistenza, la terra dove aveva lasciato affetti e ricordi. Ritrova la famiglia Cervi e il vecchio Alcide, con i quali non aveva mai perso i rapporti insieme alle sorelle Lucia e Gigliola. E qui inizia una nuova intensissima fase della sua carriera, in collaborazione con i Teatri di Reggio, che lo porterà a fondare il TSBM (Teatro Setaccio Burattini e Marionette) e mettere in scena decine di spettacoli d’avanguardia, a girare il mondo con i suoi burattini e le sue creazioni.
DANTE CASTELLUCCI (1920-1944) “A casa nostra intanto era venuto Dante Castellucci, che aveva conosciuto in Calabria il fratello della Lucia Sarzi, quando era al confino e che era stato vari anni in Francia. Ragazzo fantasioso, intellettuale, pitturava e scriveva. Insieme a lui e alla Lucia i miei figli organizzarono un piano per far scappare i prigionieri dal campo di Fossoli. Di notte vannno ai lati del campo, tagliano i fili spinati, e Castellucci chiama i prigionieri in francese, come fa l'uccellatore con gli uccelli. I prigionieri scappano e trovano sulla strada donne in bicicletta che li portano a casa mia. Così se prima la casa sembrava una caserma, adesso somigliava alla Società delle Nazioni.” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai) Dante Castellucci, nasce a Sant’Agata d’Esaro, in Calabria, nel 1920. Due anin dopo la sua famiglia è costretta a fuggire in Francia in seguito ad una lite del padre col Podestà fascista del paese. In Francia, accanto ai problemi di una vita quotidiana da emigrato in cerca di un minimo benessere, Dante comincia a sviluppare un vivo interesse per l’arte e la cultura: scrive poesie, commedie, suona il violino ed entra in contatto con gruppi che professano idee di giustizia sociale. Il 19 maggio del 1963, per questo ed altri episodi che sottolinearono le sue doti di stratega militare, verrà concessa alla memoria di «Facio» (caduto ad Adelano di Zeri il 22 luglio del 1944) la Medaglia d’Argento al Valor Militare nella cui motivazione si può leggere «scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente: sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto». Questa motivazione tuttavia è storicamente falsa, «Facio» infatti morì il 22 luglio 1944 ma per mano partigiana.
I RUSSI Il cascinale dei Cervi era ritenuto da tutti gli antifascisti casa sicura. Qui, come si è detto, riparavano antifascisti e soldati stranieri che sfuggivano dalle maglie dei nazisti. Molto noto è il caso di Anatolij Tarassov (1921-1971), prigioniero sovietico dei tedeschi che venne mandato dai campi di prigionia dell’Est sino nel nord Italia, per lavorare come schiavo al servizio delle difese naziste a ridosso del fronte alleato. Insieme a Tarassov, che ha documentato la sua avventura in un libro (Sui monti d’Italia), vi erano molti altri prigioneri di guerra russi, che in alcuni casi riuscirono a fuggire. Tarassov riparò insieme al suo compagno, tenente Victor Pirogov, in una casa di campagna, per poi essere indirizzato nell’autunno del ’43 a Casa Cervi, dove conobbe l’intensa attività antifascista della famiglia. Tarassov rimase affascinato dalla passione e dalla sapienza contadina della famiglia, e non si sottrasse al lavoro partigiano che i Cervi stavano tessendo insieme a pochi altri pionieri. Anatolij Tarassov verrà catturato insieme ai Cervi la notte del 25 novembre 1943. Fuggirà poi dal carcere di Verona dove era stato trasferito per unirsi ai suoi connazionali, rifugiati a Reggio e Modena, e prendere parte in modo attivo alla Resistenza in montagna. Nell’appennino modenese si costituirà un vero e proprio battaglione di russi, nel quale Tarassov ricoprirà il ruolo di commissario politico, e Pirogov (nome di battaglia “Modena”) ne comanderà le operazioni militari nelle montagne reggiane. Tornato in patria verrà, come molti reduci, condannato al gulag, pagina della sua vita poco nota e studiata. Tarassov rimarrà anche dopo la guerra in contatto con la famiglia Cervi portando notizie in madrepatria dell’eroismo di questi contadini antifascisti, e facendo da tramite con il governo dell’Unione Sovietica per il conferimento di una onorificenza alla famiglia per l’aiuto fornito ai soldati russi. Anche grazie al suo intervento, il libro di papà Cervi “I miei sette figli” fu tradotto in russo. Prima della partenza in montagna, arrviarono a casa Cervi anche il giovanissimo Misha Almakaièv, il suo compagno di fuga Nikolaj Armeiev e Alexander Aschenco. ![]() Victor Pirogov, a casa Cervi noto col nome di 'Danilo', dopo l'esperienza coi fratelli Cervi da vita, per ordine del comando partigiano, ad una brigata composta da russi di cui è comandante col nome di 'Modena'. Il Distaccamento garibaldino opera nel Ramisetano in provincia di Reggio Emilia. Dopo la guerra non farà ritorno in URSS ed emigrerà in Argentina. Nicolàj Armeniev, detto ' il colcòsiano', era originario di Pènza. Farà parte anche lui del distaccamento garibaldino di russi comandato da 'Modena'. Cadrà il giorno della liberazione di Reggio Emilia. Alexandre Aschenco fu fra i russi ospitati dai Cervi che, con la banda di questi, diedero inizio alla guerriglia partigiana sulle montagne reggiane. Dopo l'arresto del 25 novembre, passò al servizio della Brigata nera denunciando molti degli antifascisti che l'avevano ospitato nei mesi di latitanza. La sua conoscenza della rete che si stava creando attorno al CLN gli permise di assestare duri colpi all'organizzazione clandestina della bassa reggiana. Per questo suo tradimento verrà giustiziato dai gappisti il 15 novembre del 1944 a Piazzale Fiume presso Reggio Emilia. ALTRI MEMBRI DELLA BANDA CERVI arrestati la notte del 25 novembre 1943 nella casa dei Campi Rossi di Gattatico Bastiranse John David (1923- ?) paracadutista sudafricano, detto 'Basti', attivo all'interno della banda Cervi, verrà catturato con loro il 25 novembre del 1943. Non possediamo altre informazioni su di lui. De Freitas John Peter (1921- ?) Paracadutista sudafricano, prigioniero di guerra, evase dal campo di concentramento di Grumello del Piano (Bergamo). Giunto a casa Cervi, dove era chiamato semplicemente 'Jeppy', aderì totalmente alle azioni della banda che vi operava, pertanto venne arrestato nella notte del 25 novembre 1943. Altre notizie certe su di lui non ne possediamo. Dopo la guerra tuttavia riuscì a far pervenire alla famiglia Cervi prova del suo essere tornato a casa sano e salvo. Samuel Boone Conley (1914 - ?) Paracadutista irlandese, uno dei tanti prigionieri di guerra ospitato nella cascina dei campi rossi di Gattatico. Presente in casa al momento dell'arresto degli uomini della famiglia Cervi, sarà a sua volta condotto in arresto. Non possediamo ulteriori informazioni su di lui. Nel rapporto giudiziario datato 'Reggio Emilia 12 dicembre 1943' relativo agli uomini arrestati a casa Cervi, compare anche il nome di Landi Luigi, originario di Cadelbosco Sopra (RE), già pregiudicato politico. Sarà uno dei sopravvissuti alle torture di Villa Cucchi. DON PASQUINO BORGHI (1903-1944) “Questi movimenti avevano fatto conoscere alla popolazione che a Sologno c'erano i partigiani, così la voce va di bocca in bocca, finchè lo sa anche don Pasquino Borghi, che allora aveva la chiesa di Tapignola. Il prete viene subito a Sologno, per aiutare i partigiani, e chiede un abboccamento. Ci vanno Aldo, Spartaco e il sud-africano. Don Pasquino era un prete giovane, di idee moderne, e patriota.”(I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai) Don Pasquino Borghi nasce a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, nel 1903 da un'umile famiglia di mezzadri. Entra in seminario all'età di dodici anni e, nel 1930, una volta ordinato sacerdote, parte per la missione comboniana nel Sudan anglo-egiziano. Rientrato per motivi di salute, nel 1938 entra nella Certosa di Farneta (Lucca), dove prende i voti di certosino. Nel 1939 torna alla vita sacerdotale per aiutare la madre, vedova e in povertà. Curato nella parrocchia di Canolo di Correggio, è nominato parroco di Coriano Tapignola (Villa Minozzo) nell'autunno del 1943. ![]() “Dante Zobbi 'Rinaldo', un semplice coltivatore diretto che comandò poi il primo distaccamento delle Fiamme Verdi 'Pasquino Borghi', ricorda che il sacerdote iniziò subito ad organizzare la clandestinità dei giovani che non si presentavano alla leva fascista. Era sempre povero e sempre pronto a donare tutto..” (Un prete nella Resistenza – Don Pasquino Borghi di Salvatore Fangareggi ) Dopo l'8 settembre inizia ad accogliere i militari sbandati e sostiene la prima banda partigiana italiana, quella dei fratelli Cervi. Tapignola si trova in posizione strategica per quella che diventerà la lotta partigiana, aspetto che, insieme all'antifascismo attivo del parroco, fa della canonica un rifugio sempre aperto a partigiani e sbandati. In questi pochi mesi di attività clandestina, don Pasquino assume il nome partigiano di "Albertario", in onore del sacerdote lombardo che univa posizioni intransigenti in materia di fede a posizioni aperte alle nuove istanze sociali e che, nel 1898, dopo l'insurrezione repressa nel sangue da Bava Beccaris, venne condannato a tre anni di carcere per aver fomentato la rivolta e scritto che era la miseria la causa della protesta popolare. Questo atteggiamento e le sue posizioni 'politiche' non possono ovviamente rimanere segrete a lungo, cominciano così a piovere su don Pasquino inviti alla prudenza e veri e propri rimproveri dai suoi superiori. Entrambi gli atteggiamenti non hanno effetto sulla sua convinzione che è necessario agire e agire in modo cristiano contro l'occupazione nazifascista. A causa della presenza di antifascisti nella sua parrocchia, scoperti da militi dell'RSI, è arrestato il 21 gennaio 1944 e incarcerato a Scandiano prima e a Reggio poi. Su decisione del capo della provincia, Enzo Savorgnan, viene fucilato, senza processo, il 30 gennaio, insieme ad altri otto antifascisti. Don Pasquino Borghi è il primo sacerdone ucciso nella lotta di Resistenza italiana. Quando si sparse la notizia della sua fucilazione in molti compresero che ormai non c'erano più limiti, ma invece di spaventare la popolazione, questa morte, come quella dei fratelli Cervi, portò una nuova consapevolezza. Molti altri parroci seguiranno l'esempio di don Pasquino nei due anni della lotta di Liberazione. Il 7 gennaio 1947 il capo provvisorio della Repubblica italiana, Enrico De Nicola, gli conferì la medaglia d'oro al valore militare e alla memoria con questa motivazione: “Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell'azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi.” Si ringrazia per le consulenza il Polo Archivistico del Comune di Reggio Emilia
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11^ edizione del Festival Teatrale di Resistenza
L'esito della selezione sarà disponibile dal 15 maggio contattandoci al n° 0522 678356. Le compagnie verrano comunque informate circa l'esito della selezione nei giorni a seguire.






Storia dei Cervi 


“Arrivano alla prima collina, e trovano una capanna di paglia e canne, forse di un pastore, ci si mettono a dormire, come signori. Si svegliano verso mezzogiorno. Aldo guarda verso la porta, e ha una brutta sorpresa. C'è seduto davanti un fascista, che volta le spalle. Siamo in trappola, pensa Aldo, e studia cosa si può architettare per farlo fuori. Ma quello si volta e dice non pensate male, ho disertato la guardia repubblicana. Aldo ancora non si fida, ma il disertore non ha armi, ha gettato il moschetto dietro una siepe, e chiede di stare coi partigiani. Gli domandano dove ha gettato il moschetto. Lui li porta a una siepe, e ritrova il moschetto, ma manca l'otturatore.














